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Domenica 26 Aprile 2026

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Sono solo parole

di Marco Celati - Domenica 26 Aprile 2026 ore 08:00

Uso spesso il «forse» e utilizzo la locuzione «un po’», perché di niente sono certo e poco so. Trovo l’incertezza più stimolante della verità per formare un pensiero -ammesso d’averne le capacità- ma ho smesso da tempo di disporre del vero. Preferisco il dubbio, mi pare più sano per la mente, più leggero, ma è strano, non so, ignoro perché scrivendo m’insegue la rima, a volte cercata a volte no, a distanza o in vicinanza delle parole tra loro

Di certo c’è che guardi il cielo e vedi che continua all’infinito e c’è così tanta luce da rimanerne rapito. E se rabbuia, quando si addensano le nubi gonfie di tempesta, senti che anche questo somiglia alla vita che resta. E che le notti, pallide o illuni che siano, seguono i giorni, come la gioia il dolore. E la pioggia, non facesse danni, lava la mente e gli affanni del cuore.

L’amico di penna Libero Venturi, anche lui un tempo assiduo nel blog di QuiNews con i «Pensieri della Domenica» e ora consegnato alla pensione e al silenzio, mi diceva: “Celati, te sei un "poeta" mancato, madi parecchio.Vanesio, scontato. Per di più sedicente e poco seducente”. Controbattevo che lui, in compenso, era uno "scrittore" politico, pedante, verboso ed asfissiante. E non meno mancato. In fondo litigando ci facevamo compagnia, eravamo una coppia ben assortita, gli alter ego l’uno dell’altro. È raro, ma capita di averne nella vita. Anche senza essere sposati, soprattutto senza essere sposati o una coppia di fatto. Insieme, nel blog, ne avremmo pubblicati più di mille, tra testi e racconti e scritto chissà quant’altro. Ma alla fine per cosa, per chi? Forse non avrebbe senso nemmeno chiederselo. Forse sarebbe stato bene mettersi a dieta di parole, curare questa bulimia di scriventi. Tutti questi scritti faranno la stessa fine delle lacrime nella pioggia di Roy Betty, il replicante di «Blade Runner», quello di «ne ho viste cose che voi umani…».Anzi peggio, ancor più tristemente resteranno byte smarriti, dimenticati nella memoria di un vecchio computer. E quando i computer diventeranno atomici e quantistici, utilizzando i qubit, ci vorrà un archeologo informatico per decrittarli. Un esploratore. Ma fortunatamente non ce ne sarà motivo, perché tutto passa, tutto nasce e muore.

Nel testo «Il grande vuoto», pubblicato tempo fa, sempre il Venturi ci parlava di un frammento scritto, rinvenuto negli scavi intorno al tempio ionico dedicato alla dea Artemide. Situato nella città di Efeso nell’attuale Turchia, il tempio, per le sue enormi dimensioni e la ricchezza delle decorazioni, fu considerato una delle sette meraviglie del mondo, ma ne rimangono oggi solo minimi resti. Il frammento poetico è invece di eccezionale lunghezza e probabilmente apparteneva alla scuola di Eraclito. Questa la sua traduzione dal greco antico.

«Tutto è movimento intorno a noi. Ogni movimento è cambiamento. A volte procede lineare, a volte cresce in senso circolare, si avvolge su se stesso. Talora decresce e si svolge al tempo stesso. Il tempo stesso invecchia e si rinnova. Ogni cosa, ogni natura, niente è dato per sempre e sempre dura. Tutto muta, si trasforma. Niente è, se non nel divenire e cambiar forma. Tutto è relativo, niente è assoluto, vero per sempre, per sempre rivelato».

Bello e, sopratutto, estremamente attuale, seppur risalente al 500 circa avanti Cristo. Duemilacinquecento anni fa! È stato scritto per dire di tutto ciò che ci precede e procede, che viene e va, che cambia e torna nel corso del tempo. Ha scritto un giovane poeta, anzitempo scomparso: «Saremo lImmagine delluomo./ Non la creatura breve, ma la traccia». Sennonché Libero, nel P.S. in calce al testo, scusandosi, ha confessato che il tempio di Artemide ad Efeso esisteva, ma il frammento citato della scuola di Eraclito no. Era un falso, se l’era inventato. A ripensarci però non era male. Tornava con la filosofia del «panta rei». È che a volte scrivere ci prende la mano. Ci diverte perfino, diceva l’autore. E, poco prima di ritirarsi ed eclissarsi, mi scrisse questo, nel carteggio privato che avemmo.

«Preferisco ridurre la vita al silenzio. Ricomporla così, che di parole ho abusato e ora preferisco non dire, che dire sbagliato. Tacere, pensare, scrivere più che parlare, magari di cose leggère. Meglio ancora lèggere. E ora confesso il peccato, il vizio di apparire e lostinato sfizio di esibire e chiedo di essere assolto, esonerato. Ma, come dici tu, e lo pensano molti, perdonare gli stolti non è una grande virtù».

Si tratta di una prosa poetica maldestra, moraleggiante e alquanto scolastica, ma non ebbi cuore di dirglielo, come lui invece faceva con me, senza perdonare mai le mie cadute di stile. E anch’io da “poeta” di un «Canto minore» qual ero -un canto non in battere, ma in levare- mi sono lasciato trasportare da una poesia prosastica, per passare poi all’esplicita prosa. Ma condivido il silenzio e sono pronto al ritiro. Col mio alter ego Venturi ci siamo reciprocamente contaminati e alla fine ricomposti. Meglio così, penso, mantenersi puri non ha senso. I nomi nudi non restano tali forse perché, fin dalla loro origine, non lo erano affatto, non erano singolari. Le parole non sono sole, derivano da altre parole, risalgono alla notte dei tempi e ci accompagnano nel tempo avvenire. Conoscere questa loro deriva è bene, anzi necessario, nelle certezze e nel dubbio. Così come sapere che cambieranno ancora e ancora. E, finché ci sarà storia, ci sarà futuro e ci saranno parole. Parole di amore e di odio, menzogne e verità, caramelle e veleno, sciolte o in rima, scritte, cantate, abusate. Bisogna usarle e temerle. Sono solo parole, ma sono chi siamo. Sono il suono e la voce dei parlanti che vibrano nel mondo reale. Traducono bene o male i pensieri. Non si spiegano i fatti senza le parole. E nemmeno la scrittura e il dovuto silenzio.

Insomma, con Libero Venturi ci siamo conosciuti e integrati. Per quanto ciò sia possibile: nessuno si conosce appieno. Siamo stati amici e nemici, complici di noi stessi. Due facce di una stessa moneta, magari di basso conio e di scarso valore, ma tant’è. A noi piace scrivere, anche senza un perché. Di parole, bene o male, ne avremo usate e sprecate, prima del grande silenzio. Siamo due e siamo uno. E alla fine nessuno.

Marco Celati

Pontedera, Aprile 2026

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P.S. Gabriele Galloni è il giovane poeta scomparso, il verso è da “Pro verbis #4”, da “Creatura breve”, nella raccolta “Gabriele Galloni: Sulla riva dei corpi e delle anime”.

«Parole» Nico e i Gabbiani, 1967

https://youtu.be/LMkeNdYPpBg?si=Kl78v5Fv5tV9iKnP

«Parole, parole» Mina, 1972

https://youtu.be/fykQE65hpFU?si=fH6vtKAPYZhZMi7z

«Sono solo parole» Noemi, 2011

https://youtu.be/HPVSB8kOWrM?is=rpHi81fgEyK5R-cp

"Palombella Rossa", la parola scritta, Nanni Moretti, 1989

https://youtu.be/V_0qTPOIXF8?is=_jLKcNr2Jg6TnB7f

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati