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martedì 19 novembre 2019

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

LA BIONDA DI SOIANA Memorie del Celati giovane

di Marco Celati - giovedì 14 marzo 2019 ore 14:03

Davanti al Bar la Posta, all’altro lato della piazza, un secolo fa, c’era un negozio di parrucchiera. Ci lavoravano delle giovani fanciulle. Una di loro era un’avvenente bionda. Nel senso che avveniva che tutte le mattine e le sere passasse sul Corso, quando si recava al lavoro o ne tornava. Sopratutto la sera era avvenente, perché in quegli anni il mattino era bello, anche più di oggi forse, ma avveniva un po’ troppo presto. E che avesse l’oro in bocca a noi sessantottini contestatori, capelloni e perdigiorno, c’importava una bella sega. E, al proposito, la bionda turbava le notti di noi giovani e allupati avventori del suddetto Bar. Con la bella stagione e anche con quella passabile, era uno spettacolo vederla passare, la bionda non la stagione, seduti sulle sedie fuori del Bar come degli apprendisti vitelloni di mal riposte speranze. Portava quasi sempre, accidenti a lei, ma che Dio l’abbia in gloria e la preservi, una minigonna anche il giusto svolazzante e quelle calzette a metà coscia che andavano all’epoca e sono una cosa... Una cosa che non si sa. E, se non si sa, meglio non dire, diceva giustamente Wittgenstein, che sembra non gli piacesse nemmeno. Anche perché ogni cosa detta in più potrebbe essere usata contro di me e me ne guardo.

Il Bar è sotto il palazzo Comunale. Ho passato diversi pomeriggi appostato -il Bar si chiamava La Posta- appoggiato alla porta del Comune, non solo per il senso civico che me ne deriverà, ma perché era la miglior postazione di punta per osservare la bella. La quale, neghittosa e maliziosa al contempo, via via si affacciava e buttava uno sguardo assassino, per poi rientrare ridendo con qualche giovane collega. Ah! Le donne e l’eterno femminino, un mistero ancora irrisolto dell’intero universo, subito dopo il big bang. Bisognerebbe inventarlo un acceleratore di particelle amorose, di cuori palpitanti, di sentimenti impazziti che si scontrano e si incontrano e riproducono la scintilla da cui scocca l’amore primigenio che dà origine alla vita. La mia timidezza era proverbiale, ma la piazza garantiva una distanza sufficiente a mascherarla, se non a me, almeno agli altri. A parte la figura a bischero che facevo con gli amici, che amici son parole grosse, insomma i compagni del Bar. Alcuni, “compagni” di nome e di fatto come me, la Posta essendo l’unico pubblico esercizio abbonato a L’Unità.

Chi è, chi non è? Alla fine si venne a sapere dai soliti beninformati, nonché malelingue, che un’amica dell’amica aveva detto alla commessa della merciaia, accanto al Comune, che conosceva il figliolo del proprietario del Bar, anzi ne era segretamente innamorata, ma lui, niente, refrattario alla topa, che la bionda era di Soiana. Del resto in collina, era risaputo, ci venivano su donne bionde e procaci, insomma le meglio fie, con rispetto parlando. Fu facile capire, da appostamenti e pedinamenti tanto prudenti quanto circostanziati, che la bella Soianese si recava tutte le sere sul Piazzone, alla fermata del pullman, che prendeva per tornare al natio borgo selvaggio.

Avevo al tempo una cinquecento, ovviamente rossa e altrettanto ovviamente usata e malandata, che il giorno che decisi essere quello del coraggio e dell’ardimento, provvidi, secondo una studiata logistica, a parcheggiare preventivamente sul Piazzone. Poi, con il cuore in gola, seguii la fanciulla la sera nel suo tragitto pendolare all’uscita dal lavoro, non senza essere chiaramente sgamato. Lei si fermò alla fermata, che se si chiama così il motivo è quello. E io le fui accanto con la vista annebbiata e la salivazione così azzerata che Fantozzi era una bucciata di co’omero. Balbettando riuscii a dirle addirittura “Ciao”. Lei mi guardò con aria di chi si sente bella e te non lo sei -che poi da giovane non ero così male, avevo anche i capelli, somigliavo a Gianni Morandi, ma più alto- e mi fece, con vocetta melliflua: “Non ti stanchi, mai!?”. Voi come l’avreste presa? Io lo interpretai come un incoraggiamento, così mi feci forza e azzardai un circospetto “Dove vai?”. “A casa”, rispose. Grazie al cazzo, pensai. “Dove stai?” Chiesi. E lei “Sì, te lo dico a te!” Quando si dice la privacy..! A quel punto cominciai a sentirmi perso e provai a rilanciare. Con approccio maldestro e pericolosamente sbilanciato, rigorosamente tenendo gli occhi bassi, tentai il tutto per tutto. “Vuoi un passaggio? Ho la macchina qui”. Le dissi, con un filo di voce. Ma lei, impietosa, se ne uscì con un perentorio e squillante: “See, ora vengo in macchina con te!”. E mi ghiacciò.

Senza fiato è già un casino, senza parole è peggio. Meglio era non proseguire quella pena, così me ne andai in silenzio, sconfitto e avvilito, pensando fanculo te e tutta Soiana. E le bionde e le belle e impossibili, anche non bionde non stiamo tanto a sottilizzare, che non ti capitano mai e non ci stanno e se per caso ti capitano e ci stanno, non te ne accorgi o non ci credi. Perché questo è l’amore. E questo è tutto. Così finì sul nascere la storia della Bionda di Soiana. Non una grande storia, in fondo, anzi per niente. È brutto essere rifiutati, non sentirsi all’altezza. Da allora mi limitai nelle avance. In fondo a quel tempo c’era la politica al primo posto che era anche più importante e poi, capace, mi fidanzavo con chi, magari, non mi avrebbe respinto. Non andavo nemmeno a ballare per evitarmi il rischio di un rifiuto e perché mi vergognavo a fare tutte quelle mossette a culaiolo. Però facevo cento palleggi, a calcio me la cavavo e correvo veloce. Nella carta d’identità avevo la foto di Cavallo Pazzo. Ero un scemo, senza offesa per Cavallo Pazzo.

Poi nel corso della vita, si cambia: smisi di somigliare a Gianni Morandi, quell’eterno bassetto, e, perdendo i capelli, sembravo più Phil Collins, quello dei Genesis e infine Gino Paoli. Passando attraverso una somiglianza con il Ciba. Più precisamente con il figlio del Ciba, che anche lui, il figlio, era soprannominato così, vendeva le macchine e per strada mi chiedevano se quel pezzo di ricambio era arrivato e io rispondevo di sì, a caso. O no, se mi giravano i coglioni. Poi la Panda l’ho comprata da lui, per farmi perdonare. Oppure somigliavo al Biondo, ben presto anche lui “ex Biondo”. Ci prendevano per fratelli o ci scambiavano, anche se lui era parecchio più basso, a calcio non sapeva, quando correva si tirava le pedate nel culo e restava lì. In compenso le donne le scopava tutte lui. Bell’amico! In quello era veloce. Ultimamente non somiglio più a nessuno, seddiovole, ma nemmeno a me stesso. Comunque, tra le somiglianze, il Ciba e il Biondo non erano famosi. Nemmeno la Bionda di Soiana, alla fine, lo fu più di tanto. Famosa, voglio dire. Almeno non per me. Non l’ho più sentita, né ci sono stato più dietro. Il danno dell’amore passò. Una volpe impara in fretta che, in fondo, l’uva non era tutto questo granché. Figuratevi uno scemo.

Pontedera, Febbraio 2019 

Marco Celati

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