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martedì 16 luglio 2024

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

​Gibran e l’arco marcio del narcisismo

di Adolfo Santoro - sabato 01 luglio 2023 ore 07:00

Una delle poesie del libro “Il Profeta” di Kahlil Gibran è intitolata [Dei figli] e recita così.

“E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli:

Ed egli disse: I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,

Poiché essi hanno i loro propri pensieri.

Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime,

Poiché le loro anime dimorano nella casa del domani, che neppure in sogno vi è concesso di visitare.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di rendere essi simili a voi.

Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.

Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive sono scoccate.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e piega e vi flette con la sua forza perché le sue frecce vadano veloci e lontane.

Fate che sia gioioso e lieto questo vostro esser piegati dalla mano dell’Arciere:

Poiché come ama la freccia che scaglia, così

Egli ama anche l’arco che è saldo.”.

Gibran mostra qui di aver ben compreso la differenza tra “sano narcisismo” e “narcisismo patologico”.

Per Heinz Kohut il narcisismo è il nucleo strutturante della coesione del Sé. Le risposte di rispecchiamento e di empatia da parte della “madre” ai bisogni del Sé del bambino permettono, infatti, la coesione del Sé, che persiste nell’arco della vita evolvendo in forme sempre più mature.

Un proverbio indiano chiarisce ulteriormente il pensiero di Kohut: “Fino ai cinque anni tratta tuo figlio come se fosse un re. Fino ai quattordici anni tratta tuo figlio come se fosse uno schiavo. Trattalo poi come se fosse un uomo.”. Questo proverbio dice, dunque, che esistono tre funzioni, che coesistono probabilmente fin dal concepimento: una funzione che rispecchia la funzione materna (che implica amore e costruzione dell’autostima: è il narcisismo sano, che è pieno durante la gravidanza e nel primo anno di vita, mentre, grazie alla rappresentazione in Sé della funzione materna, può poi ricevere rinforzi sempre più episodici), una funzione che rispecchia la funzione paterna (che implica apprendimento del limite e di un sistema etico: la disciplina inizia nella seconda metà del primo anno di vita ed acquisisce una stabile funzione fino ai quattordici anni, quando dovrebbe essere internalizzata), una funzione che rispecchia la Vita (dopo i quattordici anni il giovane dovrebbe avere le funzioni interne che gli permettono l’esplorazione in ambiti sempre più ampi). Gradualmente la funzione materna e la funzione paterna devono, dunque, lasciare il posto alla Vita che ama se stessa e che si rispetta nella propria relazione col contesto.

Ma nella società del ‘900 c’è stato un avvicendamento: la società patriarcale ottocentesca, in cui certe “libertà” erano vietate, è stata gradualmente soppiantata dalla società narcisistica, in cui le stesse “libertà” sono state “sdoganate” senza che fossero disciplinate da un’etica superiore. Le presunte “libertà” sono, di conseguenza, esitate in indulgenza verso “peccati” ed “errori”, che non sono più diventati occasioni per imparare e crescere, ma sono entrati a far parte del falso Sé: la dipendenza e il consumismo sono così diventati tratti della personalità di ognuno. Questa struttura familiare e societaria implica che il bambino rimanga prigioniero della povertà relazionale e sessuale dei genitori, che, da genitori-bambini, chiedono al figlio di essere a loro immagine e somiglianza (“Sii te stesso, ma a modo mio”), mentre lo svincolo dalla famiglia nell’età adolescenziale avviene attraverso i percorsi previsti dal gruppo di “amici”, che riducono l’esplorazione alla ricerca del rischio di morire, perché solo attraverso il sentire questo rischio può essere avvertito l’eccitamento del sentirsi vivi.

In questo sviluppo distorto la madre non tornerà mai “donna”, ma sarà la “mamma” per tutta la vita; sarà così facilitata nel figlio la persistenza di un Sé grandioso quale residuo dell’infanzia. Il padre, per conto suo, ridotto da modello etico a modello diseducativo, non diventerà il “buon padre”; in una “società senza padre” sono i media a supplire a questa funzione fin da quando il bambino è esposto alla “televisione” (cioè alla “visione a distanza”): la mappa così può, senza battere ciglio, essere confusa col territorio.

Ed, in questo, ricchi e poveri sono accomunati dall’interferenza dell’insoddisfazione infantile nella possibile felicità della vita adulta. Sono accomunati dal tragico destino dell’invidia del possesso: il ricco ha bisogno del povero per sentirsi invidiato, il povero ha bisogno del ricco per aggrapparsi alla speranza di “arrivare” al miraggio dell’appagamento di “vincere”, se pure attraverso l’identificazione col proprio idolo o con la propria “squadra” o con il proprio “partito”.

In Italia B. è diventato così l’emblema della miseria dell’italiano medio, che, con “allegria” e senza rendersi conto di star avviandosi verso il precipizio, fa le peggiori cose senza vergognarsene: l’“ottimismo dell’imprenditore che fa impresa” era la maschera del patronato politico, del clientelismo e delle raccomandazioni, del nepotismo, delle collusioni, della doppia morale, della ricattabilità.

Anche gli avi di B. erano contadini (della zona di Lecco) ed i genitori di B. si urbanizzarono in Milano, al quartiere “Isola”, che allora era quasi un paese a sé, separato da un ponte dal resto della città.

Narra un articolo del Corriere della Sera (le narrazioni di terze persone sono più veritiere di quelle di B. e dei suoi familiari/amici, perché l’abitudine fondamentale del narcisista è di falsificare per controllare l’effetto pragmatico della comunicazione sull’acquirente/elettore):

“Zona di milanesità popolare ed esibita. Cà de ringhera, ballatoi affacciati ai cortili, botteghe artigiane, meccanici, fabbri, tappezzieri rigattieri e strasceè. Reputazione sinistra per furti e borseggi. Ma anche tanta umana solidarietà. Imperversa la famigerata banda Barbieri, con la legge della strada e del coltello. Regola numero uno: vivi e lascia vivere, come ordina il Duce. La casa in via Volturno sembra un segno del destino: di fronte, nel Dopoguerra, arriverà la sede dell’odiato Pci. Il 29 settembre 1936 sul portone dello stabile appare un nastro azzurro con il suo nome: è nato Silvio Berlusconi.Padre impiegato alla Banca Rasini, madre segretaria alla Pirelli. Nell’Italia che canta “Faccetta nera” non è un momento felice: si respira una povertà diffusa, c’è poco tempo per essere bambini. È tempo di guerra e di coprifuoco, poi le bombe su Milano, la paura, la fuga, l’8 settembre, le vendette, le feroci rappresaglie. La famiglia Berlusconi si ritrova tra gli sfollati del Comasco. Il padre soldato, ricercato dai fascisti, si rifugia in Svizzera. «Di colpo tutto ricadde sulle spalle di mia madre», confida Berlusconi ad Alan Friedman nell’unica biografia autorizzata. La signora Rosa tira la cinghia, lavora, si alza all’alba e rientra quando fa buio: diventerà il punto fermo della famiglia. Il piccolo Silvio sa già farsi voler bene: collabora, dà una mano, racconterà di aver fatto anche il mungitore per portare a casa il latte e di essere stato nei campi a raccogliere patate. Nel ‘46, quando la famiglia Berlusconi torna all’Isola, Milano non c’è più: è sventrata dai bombardamenti, macerie dappertutto.”.

Nel 1954 la Banca Rasini diventa “Banca Rasini, Ressi & C.”, dove C. significa, soprattutto, “Giuseppe Azzaretto”, uomo di fiducia di Andreotti in Sicilia; la Banca ha solo due filiali: una a Milano (in piazza dei Mercanti) e l’altra in Sicilia. Nel 1970 il procuratore della banca, Luigi Berlusconi (padre di B.) ratifica l’acquisizione di quote di una società, nel cui consiglio di amministrazione figurano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus. Nel 1973 Luigi si dimette dalla “Rasini” per seguire gli affari del figlio. Nel 1974 anche Carlo Rasini si dimette dalla banca per mancanza di fiducia verso il Consiglio di Amministrazione. Nel 1983 la polizia di Milano fa una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano; si scopre che tra i correntisti della “Rasini” ci sono, tra altri siciliani di dubbia fama, Totò Riina e Bernardo Provenzano; il Direttore Generale della “Rasini” viene processato e condannato in quanto emerge il ruolo della “Rasini” come strumento per il riciclaggio di soldi della criminalità organizzata. Nel 1985 Sindona viene intervistato da un giornalista americano del New York Times, Nick Tosches, ed alla domanda “Quali sono le banche usate dalla mafia?” Sindona risponde: “… A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti” … poco dopo Sindona muore nel carcere di Voghera per un caffè contenente cianuro di potassio.

Questo è il contesto “etico” fornito da Luigi, padre di B.

A questo mito paterno corrisponde il mito di "Mamma Rosa", ripetutamente proposta a livello mediatico come modello: rimasta orfana all'età di 16 anni, ella si occupa prima dei fratelli più piccoli, poi del lavoro (come segretaria per la direzione Pirelli) e della famiglia, poi solo della famiglia, infine delle opere di volontariato. Rosa ricambia le attenzioni mediatiche di B. dipingendolo come il “bimbo buono”; ad esempio, in un’intervista del 1996 dice: “Silvio è di una bontà, di una generosità. Io penso che tutti lo dicono. Lui non si interessa mai di soldi. Lui era tutto per il lavoro, per l’azienda… “.

Nella disamina del processo di identificazione dell’italiano medio in B. mi fermo qui. Esaminerò poi il narcisismo “overt”, manifesto, eccitato di B. (e di Rosa e di molti italiani) ed il narcisismo “covert”, nascosto, depresso (di Luigi e di moltissimi italiani), oltre ai meccanismi di rivincita sociale degli individui “beta”, che s’intrecciano tra Milano e la Sicilia: ogni narcisista è, infatti, l’esito della coagulazione delle rabbie di una “famiglia” e di un contesto sociale, narcisisti e rampanti.

È così evidente che l’arco descritto da Gibran, in Italia e nel mondo, un arco marcio, era ed è un arco che scaglia le frecce sui piedi dell’arciere!

Adolfo Santoro

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