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venerdì 01 luglio 2022

SORRIDENDO — il Blog di Nicola Belcari

Nicola Belcari

Ex prof. di Lettere e di Storia dell’arte, ex bibliotecario; ex giovane, ex sano come un pesce; dilettante di pittura e composizione artistica, giocatore di dama, con la passione per gli scacchi; amante della parola scritta

Il ballo in maschera

di Nicola Belcari - domenica 29 maggio 2022 ore 07:30

Ipocrisia: chi può farne a meno?Tutti, almeno un po’ lo siamo, ipocriti. Diversamente si sarebbe inavvicinabili misantropi, pericolosi per se stessi e per gli altri.Poi c’è chi esagera.

Fin che predomina la buona fede, si confonde con l’educazione e l’urbanità, e passi … scongiura l’insolenza, l’impudenza e l’essere oltraggiosi o offensivi all’insegna di un malinteso senso della sincerità. Nel vivere sociale è obbligatoria una finzione e insieme la sua contraddittoria debolezza.

La maschera in tanti casi rimane appiccicata al volto ed è questa la condanna e la punizione dell’ipocrita incallito: l’autoinganno, con cui finisce per convincersi di essere quel che finge. L’attore si immedesima nella parte al punto di credersi il personaggio che recita. Lo diventa in superficie con una falsità indurita, incollata addosso, che non si riflette nei comportamenti. Non sarà mai quello che finge, ma non sarà nemmeno altrimenti.

Il personaggio pubblico (presentatore tivvù o altro) buono, simpatico, modesto, comprensivo, angelico e quasi asessuato nasconde la sua indole violenta, sadica, predatrice che trattiene a stento e traspare da certe occhiate di sbieco, di un attimo da resipiscenze nervose, un accenno di ghigno. Non s’arrabbia mai, non come le persone normali, che seguono da casa, tenute in conto di idioti da lui (e da dirigenti strafottenti).
La presentatrice (giornalista o altro) ha un sorriso per tutti, ma altezzosa com’è se t’incontrasse per strada non ti degnerebbe di uno sguardo se non di commiserazione o insultante.

Alcuni esponenti della politica, del mondo dell’informazione, della cultura, con la guerra hanno mostrato di sé un “essere” inaspettato e non apprezzabile al cospetto, cioè nella considerazione di molti che li stimavano, come un “restare senza la maschera”; una “rivelazione” che per altri, invece, è stata solo una conferma.
L’ipocrisia classica era quella religiosa. Oggi non è più richiesta: si può trasgredire le regole della chiesa a cui si dichiara di appartenere senza sentirsi minimamente in contraddizione.

L’ipocrisia ha tante facce come un mostro con molte teste, alcune bonarie altre velenose e mortifere. E i danni derivano dalla finzione della bontà, della disponibilità, della gentilezza.
La convivenza sociale è un perenne carnevale, triste e noioso, in cui ci si sente obbligati a portare una maschera e per un paradosso il periodo dell’anno che ha tale nome è l’occasione che aggiungendone un’altra di cartone ci si potrebbe illudere di annullare, almeno per un momento, quella di sempre.
Poi ci sono le maschere, tra loro indipendenti e qualche volta contrastanti, da indossare a seconda delle situazioni (che oggigiorno rischiano qualche confessione involontaria sui social).

Poi prevale la stanchezza… la voglia di farla finita con la finzione (almeno nelle persone intelligenti).

Due motti latini nella loro sintesi sentenziano bene la condanna della vita associata inautentica: “A ognuno la sua maschera”, però poi “Nessuno può portare una maschera per sempre”.

Nicola Belcari

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