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Luca Bellandi e l’incanto della pittura

di - lunedì 27 luglio 2020 ore 12:03

Luca Bellandi

Abbiamo incontrato nel suo studio, nel cuore del Quartiere Venezia, Luca Bellandi uno degli autori più interessanti nel panorama artistico italiano. L’autore nasce a Livorno nel 1962, dopo gli studi a Pisa e all’Accademia d’Arte a Firenze ed un avvio ‘classico’ arriva all’arte e all’underground americano, collezionando consensi di pubblico e critica con le sue mostre in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, confermandosi come uno degli artisti più interessanti del panorama artistico contemporaneo.

Vorrei partire dall’inizio. Come è nato in te il desiderio di dipingere?

Fin da bambino ho avuto dei segni di “squilibrio”, ero sempre pronto a disegnare, a dipingere, quello che ascoltavo cercavo subito di trasferirlo in immagine. Poi ho avuto uno zio che ha alimentato questa mia passione, mi portava negli studi dei pittori livornesi. Sono sempre rimasto affascinato da questo mondo, dall’odore dell’olio, dai pennelli, da una visione romantica della pittura che ancora mi porto dentro e mi accompagna nei miei viaggi.

Osservando i tuoi recenti dipinti vediamo un incontro tra classicità e modernità, si respira un senso di forte contemporaneità nel tuo lavoro. Da una parte la lezione dei classici, elementi barocchi, e dall’altra la cultura di oggi, la pop-art e l’arte gestuale. Esiste una tradizione livornese nella pittura, ma tu sei riuscito ad uscire da questo confine, anche se hai lo studio nel cuore della città, accanto ai Bottini dell’Olio, dove si è tenuta la grande mostra dedicata a Modigliani.

Ho avuto una formazione scolastica, prima l’Istituto d’Arte a Pisa e poi l’Accademia a Firenze, che è stato uno stimolo, era un luogo dove ho incontrato persone che venivano da tutto il mondo e mi hanno aiutato ad allargare i miei confini geografici. Amo profondamente Livorno, qui sono le mie radici, ma credo che ogni artista debba fare le valigie, partire per andare a cercare nuove suggestioni altrove. All’uscita dall’Accademia credevo di essere un pittore americano, ma poi, nel tempo, ho ritrovato il senso europeo e italiano, il forte legame con la tradizione, il rinascimento, con l’arte che appartiene alla nostra storia. Ho lavorato molto e credo di aver trovato un giusto equilibrio tra modernità e classicità; nella mia esperienza avverto anche l’importanza della gestualità e dell’improvvisazione, nel trovare un segno che viene da dentro e che spinge il mio procedere artistico, a volte, verso l’astrazione. È un senso di libertà che si avverte nei miei dipinti e che spinge a sperimentare modelli compositivi e tecniche innovative.

Un altro aspetto interessante del tuo lavoro è la tua forte variazione cromatica. Il passare dai colori intensi del rosso e del giallo (nei manichini, i pesci, i fiori) ad una pittura in bianco nero (sculture e figure) che però possiede una forza interna molto accentuata, un altro tipo di variazione coloristica.

Amo molto la musica e vorrei fare un paragone musicale. Quando lavoro con i colori è come ascoltare un’orchestra o un pezzo elettrico, mentre nelle opere in bianco e nero è come lavorare con l’acustica, si riducono gli strumenti e utilizzo due colori e tre pennelli. Però affiorano altri aspetti il volume, la tridimensionalità, l’atmosfera, la mia pittura assume una valenza più scultorea ed emozionale, prevale un aspetto più acustico e primitivo.

Nella tua pittura c’è un richiamo costante al mondo degli animali, dai cani a guardia dei manichini ai pesci che sono idee di movimento, ai pappagalli per arrivare alle lettere che diventano ideogrammi, con un forte richiamo alla pittura orientale.

Sono mondi che mi appartengono, essendo un amante della pittura e dell’arte in generale. Se entri in museo prima trovi un quadro di Rembrandt, poi c’è Mark Rothko, poi c’è Hirohico Araki e senti una grande vicinanza con questi grandi autori. Nel mio lavoro accade qualcosa di simile a quando lasci il museo e ti porti a casa un souvenir, una cartolina, un’agenda. Nella mia pittura queste suggestioni lasciano tracce profonde, testimonianze, che cerco di far rivivere nei miei lavori. Sono affascinato dalla filosofia orientale, che forse anche invidio, e cerco in qualche modo di ricreare sulla tela un sentimento simile, a volte ci riesco e a volte il tentativo riesce solo parzialmente.

Tra i valori indicati da Italo Calvino per questo millennio c’è la leggerezza che ci sembra di trovare tra gli elementi fondanti della tua pittura, ancora di più adesso che il mondo sembra guidato da un senso di pesantezza, dal Covid e altre lacerazioni.

Leggerezza e immediatezza sono la mia spinta creativa fondamentale, sono una persona che ha necessità di realizzare le cose nel modo più semplice. Oggi è un momento che c’è ancora più necessita di essere chiari e spontanei, in questo periodo difficile credo di non aver perso niente e avere acquisito maggior sicurezza e voglia di fare. È importante l’idea di avvicinarsi ad una nuova opera come se fosse sempre la prima volta, non bisogna farsi condizionare dalla paura, che pure esiste, ma va superata, resta sempre centrale la voglia di lottare e guardare avanti.

Come riesci a coniugare nel tuo lavoro le piccole e le grandi dimensioni? Passi con naturalezza dal piccolo formato a dimensioni quasi museali.

A volte è un modo un po' schizofrenico di lavorare. Il bello della pittura, quando senti che fa parte di te, e lavori con le mani, i pennelli, un pezzo di stoffa, un bastoncino diventa tutto naturale e poi basta ridursi per fare un’idea piccola o ingrandirsi per fare un’opera gigante. Non voglio pormi limiti, il fatto di aver studiato la tecnica e i materiali, restando anche affascinato dall’utilizzo di elementi diversi, mi offre la possibilità di utilizzare differenti spartiti e modalità tecniche innovative.

Ogni autore ha sempre dei progetti futuri. Quali sono le idee a cui sta lavorando in questo periodo particolare di chiusura nelle proprie abitazioni, nel proprio studio?

Ci sono varie iniziative in corso, una collettiva a Rimini, una mostra degli artisti della collezione permanente alla Sede generale dell’Unipol a Bologna, una mostra alla Chiesa della Spina a Pisa in programma in autunno. Poi vediamo cosa ci porterà il nuovo anno, comunque sono ottimista e credo che ci sia necessità per tutti di ripartire con una marcia in più e un entusiasmo nuovo.

Recentemente hai realizzato, per la Casa d’Arte San Lorenzo, un’opera, in diretta video, in venti minuti. Ti piace l’idea di realizzare un’opera in work in progress, una performance davanti al pubblico?

È la mia dimensione ideale, riesco perfettamente a instaurare un bellissimo rapporto con me stesso e con il pubblico. Diventa come invitare un centinaio di persone ad entrare dentro il mio lavoro e nel mio studio, è una sensazione molto bella, anche se comporta dei rischi. Però la vita stessa è un rischio, se vuoi ottenere dei risultati devi rischiare e metterti continuamente in gioco e in discussione.



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